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Recensione - Nonostante tutto di Katalin Karikó

Dal Comunismo Ungherese ai Laboratori Statunitensi: La Storia di una Scienziata Straordinaria

Published at 14 mag 2024

Recensione - Nonostante tutto di Katalin Karikó

La prima volta che ho sentito Katalin Karikó parlare è stato in tv. Rispondeva tranquillamente alle domande sulla sua vita, alle stesse domande a cui aveva risposto milioni di volte. Raccontava dell’orsetto di peluche pieno di dollari, del padre macellaio, della fatica di vivere in un paese che non era il proprio. E la fatica di chi crede fermamente nelle proprie idee, ma pare essere la sola a farlo.

Non so se per le luci dello studio televisivo, o per una mia suggestione, mi sono convinto di una cosa: Katalin aveva una luce di rivalsa nei suoi occhi. La stessa luce di chi ce l’ha fatta nonostante tutto e tutti.

Ho comprato l’autobiografia di Katalin. Ho divorato le sue parole. Mi sono addirittura commosso, in alcuni momenti. Ma questo non fa testo, secondo mia moglie mi commuovo molto facilmente. Mi sono arrabbiato quando le cose non sono andate come lei voleva. E avrei voluto dirle che poteva festeggiare i suoi successi, che se li era meritati tutti.

Ho amato la storia di Katalin Karikó, futuro premio Nobel per la Medicina, madre dei vaccini a mRNA, scienziata - anzi kutató, “cercatrice”, immigrata, donna testarda e forte.

La storia comincia a Kisújszállás. È l’Ungheria rurale degli anni ‘50 del novecento, e lei è la figlia di un macellaio. Un mondo arcaico, con case semplici, inverni freddi e gli animali di cortile. Un mondo in cui l’acqua la si va a prendere al pozzo, e attorno al pozzo il paese si ritrova a scambiarsi pettegolezzi, informazioni, avvertimenti e consigli. Ci sono i griot, i banditori a cavallo che portano le notizie di città in città. Ed è mondo in cui la scienza è presente mescolata alle tradizioni, e la biochimica assume la forma della signora che fa il sapone.

Katalin frequenta le scuole primarie. È una bambina sveglia e perspicace. Ma quale bambino non lo è? Ben presto scopre due cose:

  1. il cervello è malleabile: più lo esercitiamo, più lo rafforziamo
  2. a volte gli uomini di merda vengono celebrati come eroi

E qui noi impariamo una cosa altrettanto importante su Katalin, impariamo a conoscere un aspetto che io trovo assolutamente umano e naturale e comune a tutti noi: Katalin ha tantissimi sassolini da togliersi dalle scarpe. Lo fa con eleganza e con stile. Non è odiosa, non è vendicativa. Non lo è perché da ogni cattiveria e angheria ricevuta ricava un insegnamento.

E non importa che si parli di dell’uomo cattivo diventato eroe grazie alla propaganda, o del professore rancoroso che la vuole ostacolare, o ancora del capo ufficio che la considera una cosa sua. Sono sì ostacoli, ma sono prima di tutto lezioni da imparare.

In fin dei conti la vita della protagonista è una continua ricerca di risposte. Domanda dopo domanda, esperimento dopo esperimento. Seguendo l’insegnamento del Tenente Colombo: c’è sempre un’altra domanda da fare, un’altra risposta da trovare.

Da un certo punto di vista l’autobiografia di Katalin può essere letta come un romanzo di formazione. Gli inizi umili, le difficoltà che la costringono ad emigrare, gli antagonisti che le mettono i bastoni tra le ruote, la sconfitta, il riscatto e infine il trionfo più completo.

E come ogni buon romanzo di formazione che si rispetti, l’insegnamento finale: fidatevi di ciò che è dentro di voi. Coltivatelo. Fatelo crescere. Andate avanti. Continuate a crescere. Continuate a muovervi verso la luce. Verso il futuro.

Voi siete il potenziale. Voi siete il seme.