Oggi, a pranzo, stavo parlando con mia moglie dei nostri blog. O, meglio, di come può essere frustrante imbarcarsi in articoli lunghi e complessi e che non riusciamo mai a finire. E ci ostiniamo ad andare avanti, e non vogliamo dividere le cose in più parti. Perché ci fa venire il nervoso spezzare un lavoro a metà. E perché ci piacerebbe che fosse non dico perfetto ma quasi al primo tentativo. Però, ovviamente, la realtà delle cose non funziona così.

Ci sto ragionando da un po’, anche se non sono mai riuscito a trovare il tempo, no, l’occasione, di andare più a fondo a sta cosa. Ne approfitto adesso, riprendendo il discorso sul perché non fossi riuscito a finire il primo tentativo di 100 Giorni. Le due ragioni elencate sono entrambe vere ma a queste devo aggiungere una postilla: tendo a far il contrario di quello che faccio al lavoro. Se durante il mio lavoro tendo a dividere le varie problematiche in problemi più piccoli, nei miei progetti personali tendo a voler fare tutto assieme, tutto in grande, tutto veloce. Ma queste tre cose non vanno per niente bene assieme.

Restiamo per un momento sulla questione scrittura. Mentre stavo traslocando da WordPress a Jekyll ho scritto una serie di articoli su questo tema. Ebbene, l’idea originale era di scriverne solo due: uno con le ragioni di questa mia scelta, l’altro con tutta una serie di note più o meno tecniche per ricordare - soprattutto a me stesso - il come e il perché di alcuni pezzi di codice. Qual è stato il problema? Che stava diventando una cosa lunghissima e complicata, sia da leggere che da scrivere. Ovviamente il fatto che ci fossero molti esempi di codice non ha aiutato, anzi. In pratica mi ero, nuovamente, imbarcato in qualcosa di lungo. Di inutilmente lungo. L’unico modo per sbloccarmi è stato dividere il tutto in più pezzetti, e finirne uno alla volta.

Pareto ancora

Così facendo ho notato un fenomeno che ben conoscevo ma che tendo a dimenticare quando non lavoro. (Il che aprirebbe a ben pensarci una parentesi interessante: come mai nei miei hobby non sono così professionale? Forse questo influenza, molto, il mio non essere ancora riuscito a finire pienamente un gioco. Ci dovrò ragionare.) Comunque, dicevo, so bene che il miglior modo per ottenere risultati è ottenere risultati. Mi spiego meglio. Quando cominciamo un lavoro tendiamo, o per lo meno tendo io, a voler giungere a un risultato finale in un colpo solo. Ma, soprattutto se si tratta di cose complicate e grosse, non è possibile arrivare a nulla di concreto se non dopo un po’ di tempo. Ci sono quindi dei momenti, che possono essere giorni o mesi o addirittura anni, in cui ci muoviamo senza nulla di reale in mano. No, reale non è il termine giusto. Diciamo così, per un tempo che può anche essere lungo non possiamo né vedere né mostrare risultati. Questo però si traduce in una sensazione di inutilità: iniziamo a pensare che il lavoro svolto sia sbagliato, inutile o addirittura dannoso. Mettiamo in discussione quanto costruito. Siamo frustrati e tenderemo a mollare.

Un modo per contrastare tutto questo è dividere il compito in passi più piccoli, ognuno con un suo obiettivo raggiungibile. Si tratta, in sostanza, di sostituire ai lunghi tempi senza risultati dei periodi più brevi ognuno con una sua conclusione un suo risultato visibile. Invece di un articolo lunghissimo chissà quando, tanti piccoli articoli pubblicati regolarmente, magari collegati da un filo conduttore, e che tutti assieme diano quell’unico pezzo gigante che volevo dall’inizio. Tanti piccoli successi invece di un lungo purgatorio di frustrazione.

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